«pietà popolare non
può essere né ignorata, né trattata con
indifferenza o disprezzo, perché è ricca di
valori, e già di per sé esprime l’atteggiamento
religioso di fronte a Dio. Ma essa ha bisogno di
essere di continuo evangelizzata, affinché la
fede, che esprime, divenga un atto sempre più
maturo ed autentico. Tanto i pii esercizi del
popolo cristiano, quanto altre forme di
devozione, sono accolti e raccomandati purché
non sostituiscano e non si mescolino alle
celebrazioni liturgiche. Un’autentica pastorale
liturgica saprà appoggiarsi sulle ricchezze
della pietà popolare, purificarle e orientarle
verso la Liturgia come offerta dei popoli»
(Giovanni Paolo II)
«La religiosità popolare, che si esprime in
forme diversificate e diffuse, quando è genuina,
ha come sorgente la fede e dev’essere, pertanto,
apprezzata e favorita. Essa, nelle sue
manifestazioni più autentiche, non si
contrappone alla centralità della Sacra
Liturgia, ma, favorendo la fede del popolo che
la considera una sua connaturale espressione
religiosa, predispone alla celebrazione dei
sacri misteri. Il corretto rapporto tra queste
due espressioni di fede deve tener presenti
alcuni punti fermi e, tra questi, innanzitutto
che la Liturgia è il centro della vita della
Chiesa e nessun’altra espressione religiosa può
sostituirla od essere considerata allo stesso
livello. È importante ribadire, inoltre, che la
religiosità popolare ha il suo naturale
coronamento nella celebrazione liturgica, verso
la quale, pur non confluendovi abitualmente,
deve idealmente orientarsi, e ciò deve essere
illustrato con un’appropriata catechesi»
(Giovanni Paolo II) ...
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