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Il Vescovo Bertolone visita i detenuti della casa
Circondariale di Castrovillari
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28 settembre 2007, il nostro Vescovo, Mons. Vincenzo
Bertolone, visita i detenuti e le detenute della casa circondariale di
Castrovillari.
“Ero in carcere e siete venuti a visitarmi” (Mt 25,26)
Cari fratelli e sorelle,
a breve distanza dal giorno del mio arrivo nella nostra Diocesi, ho
avvertito il bisogno d’essere qui tra voi, prima che altrove. Ad un
giornalista che, saputo della mia visita, appena ieri mi chiedeva conto del
perché di questa mia predilezione per i detenuti, ho risposto quel che ora
dico a voi: per un sacerdote, e dunque ancor più per un vescovo, il carcere
è il luogo dove la missione spirituale di cui siamo investiti trova concreta
e piena realizzazione alla luce dell’insegnamento di Cristo: portare ai
poveri il Vangelo di Dio, annunciare la loro liberazione dalla prigione. Ai
ciechi offrire il dono della vista, liberare gli oppressi da leggi ingiuste,
e dire a tutti che questo è tempo di conversione, misericordia e
riconciliazione (Cf. Lc 4,18-19).
Per un vescovo, aggiungo, quella del carcere e dei carcerati è un’esperienza
fondamentale e doverosa, perché risuona anche nell’oggi la parola di Gesù:
“Ero in carcere e siete venuti a visitarmi” (Mt 25,26). La condizione
carceraria, ovunque nel mondo vi sia un carcere, che è tale anche laddove
manchino sbarre ed alte mura ma vi sia comunque un uomo per un motivo
qualsiasi e da chiunque privato della sua libertà e dei suoi affetti, mi
coinvolge profondamente nel travaglio sia dei detenuti e dei loro parenti,
sia degli addetti al servizio, delle autorità e dei legislatori, non pochi
dei quali, ad onor del vero, si interrogano sempre più sulle sofferenze e le
questioni che la pena detentiva vorrebbe risolvere, ma di fatto, sebbene
necessaria ed insostituibile, spesso non risolve.
È forse anche per questo, sospinto da questa innegabile contraddizione, che
vengo in mezzo a voi con grande emozione, quella stessa che mi assale
pensando al cammino di ciascuno, alla storia, ai desideri, alle sofferenze,
ai dolori, alle amarezze che vivete, pensando ai vostri genitori, alle
persone amate, agli errori commessi ed a quanti per essi hanno sofferto e
soffrono. E ciò faccio spinto dalla profonda convinzione che nutro e che
spero sia da voi condivisa nel vostro cammino di conversione: niente vale
quanto una vita umana. Ogni uomo, ogni donna, può essere curato, rieducato,
riabilitato e, anche se colpevole, resta sempre soggetto primario della
società umana: “L’uomo non è una bestia da domare, un bersaglio da colpire,
un nemico da sconfiggere, un parassita da uccidere; è persona da stimare pur
quando non ci stima, da comprendere anche se ha la testa dura, da
valorizzare anche se ci disprezza, da responsabilizzare anche se ci appare
incapace, da amare anche se ci odia” (Carlo Maria Martini, Sulla Giustizia,
Mondadori, 1999, pag. 39).
Nella mia esperienza fra le mura d’un penitenziario, maturata da cappellano
tra i minori detenuti nel carcere di Palermo, ho potuto constatare
direttamente il senso e la validità di quelle parole, come ha del resto
fatto tra voi, in questi anni, padre Ilario Scali, vostro cappellano e
fraterno amico, chiamato a dispensare la parola di fede in altri luoghi, ma
il cui ricordo e la cui azione, che vi prometto saranno raccolte, ravvivate
e proseguite nel tempo da chi dopo di lui verrà per stare al vostro fianco
nel nome di Dio, resteranno scritte come segno eterno nei vostri cuori.
Ecco, questo vi auguro: di non perdere la fiducia in un avvenire migliore
per ognuno di voi, per le vostre famiglie. La cosa che posso lasciarvi non
sono le chiavi delle vostre celle (del resto, non me lo permetterebbero il
direttore ed i suoi collaboratori ed il personale penitenziario tutto, ai
quali, nonostante questo, va comunque il mio più sincero e sentito
ringraziamento per la disponibilità mostrata e per la quotidiana azione
svolta), ma l’assicurazione che Cristo è fra voi. Ricordate, anzi, ch’egli
si è identificato con i prigionieri, i carcerati, perché ha detto a tutti
coloro che lo ascoltavano in tutte le epoche: se avete visitato un
prigioniero, avete visitato me. Così egli si è identificato con ciascuno di
voi. Questo ci dà molto da pensare, e questo pensiero vi lascio, affinché
sia per voi una luce, una luce forte, luce di speranza, che possa brillare
ancor più e maggiormente risplendere, mi perdoneranno gli uomini, nei volti
delle tante donne qui ospiti, per le quali ho una speciale stima, che
proviene dalla mia devozione a Maria e dalla consapevolezza, ormai diffusa,
dell’importanza del ruolo della donna nella società e, soprattutto, nella
famiglia. Mi raccomando alle vostre preghiere e vi auguro di ritenere
intatta la vostra dignità personale, umana, femminile, e di poter essere
reintegrate proprio nella vita della vostra famiglia e della vostra società.
A voi tutti rivolgo ancora l’augurio, anzitutto, d’una scarcerazione
interna, della liberazione dell’anima dalle colpe commesse, che per noi
credenti è la vera liberazione, ma pure l’auspicio d’un sereno ritorno alla
vita nelle vostre case, nelle vostre comunità, tra le genti dei popoli dei
vostri mondi, uniti ed affratellati nonostante la differenza di lingua e
pelle, che anche qui vi unisce e vi affratella.
Vi ringrazio infine per la vostra amicizia e per l’accoglienza riservatami,
entrambe intense, profonde e sincere. Affido ciascuno di voi a Maria, fonte
della nostra consolazione e quindi della nostra speranza, perché possa darvi
come dono l’amore di Dio. Io tornerò presto tra voi, perché mi sento vostro
compagno di viaggio: la storia di ieri è alle spalle. Insieme, possiamo
riprendere un nuovo cammino, abbandonando i pesi del passato, avendo gli
occhi fissi sul Signore Gesù. Il Vangelo, che siamo chiamati a scrivere ogni
giorno con la nostra vita per la nostra terra, illuminerà la strada della
speranza e guiderà i nostri passi. Ripartiamo da qui per essere quel che il
Signore vuole: operai. Operai del Vangelo, operai dell’amore, operai di pace
e di concordia.
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